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I migliori ristoranti in Emilia-romagna

18941 ristoranti in GastroRanking

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9,5
5640
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Osteria Francescana


Modena, 45-60€
25/02/2021: Capolavoro...questo ristorante è un opera d arte
08/02/2021: Non mi voglio dilungare troppo in qualcosa che tutti gli altri.L'abilità di creare piatti equilibrati utilizzando molteplici ingredienti è segno di grandezza. Ovviamente non possono piacere sempre tutti i piatti ma non si può certo dire che manchi la qualità e la creativitàServizio imbeccabile!Piccola nota di demerito sulla carta dei vini! Un 3 stelle dovrebbe avere una carta molto piu ampia con cose ricercate. Non è una carta da appassionati E l'abbinamento con il vino lascia un po' a desiderare.Prezzi chiaramente esasperati ma senza logica. Bottiglie rare costano meno di bottiglie facilmente reperibili.in ogni caso, per un appassionato di cucina, è un'esperienza da fare!Non costa poco, ma dal sito si sa già a cosa si va incontro.

9,3
401
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Il Piastrino


Pennabilli
16/02/2021: Un viaggio che unisce i sapori del territorio al contemporaneo..ottimo anche l'abbinamento di vini. Consigliatissimo!
13/02/2021: Locale bellissimo e ottimo per una cena galante. Grazie alla cameriera, abbiamo scoperto un vino dal nome assurdo e gusto davvero particolare. Direi un'esperienza eccellente.

9,3
3162
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San Domenico


Imola, 30-45€
20/02/2021: Ristorante a 5 stelle dove il cibo è una prelibatezza squisita, il miglior ristorante della città di Imola, i prezzi sono alti, ma sono pieni di piatti che non puoi assaggiare altrove, per veri buongustai o persone in cerca di nuove sensazioni Ресторан 5 звёзд, где пища является изысканным лакомством, самый лучший ресторан в городе Imola, цены высокие, но они оправланы блюдами, которые вы нигде больше не сможете попробовать, для настоящих гурманов или людей, которые ищут новых ощущений
15/02/2021: Qualità del cibo ottima, personale sempre gentile, disponibile e molto attento a qualsiasi esigenza. Se si vuole andare in un locale stellato qui non si sbaglia mai. Consiglio. Voto 10

9,3
752
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Magnolia Ristorante


Cesenatico
25/02/2021: Ho cenato al Magnolia diverse volte prima di questo tremendo periodo e sempre con massima soddisfazione. Nel 2020 ho scoperto per caso il loro menù delivery e sinceramente in questa nuova veste la classe fa la differenza. La scelta dei piatti, la presentazione, la semplicità dell’asporto ma al tempo stesso l’assoluta perfezione. Che dire... hanno saputo valorizzare al massimo la loro professionalità in un momento particolarmente buio. Questa sera ho festeggiato il mio compleanno con il menù Magnolia e devo dire grazie per avermi permesso di festeggiare un compleanno senza l’angoscia del lockdown.Un sincero grazie per aver permesso a tutti noi di continuare a vivere quasi normalmente.
14/02/2021: Trovati usando l'app mycia, buon ristorante.

9,2
746
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Controcorrente


Morciano di romagna
21/02/2021: Ci siamo recati a pranzo il giorno prima del lockdown.Tavoli distanziati, servizio eccellente. Ci hanno fatto assaggiare una vellutata ottima, poi abbiamo ordinato gli spaghetti alle mazzancolle e i tortelli all’ombrina : favolosi!! E per finire una meringata superlativa.
20/02/2021: Bravi! Menu degustazione ottimo! Da provare spaghetti aglio olio peperoncino con mazzancole e quinoa croccante 🤤

9,1
1105
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Il Barolino


Carpi
11/02/2021: Cucina ottima, servizio impeccabile, atmosfera rilassante. Grande attenzione al cliente
02/02/2021: Eccellente qualità, cortesia e ambiente confortevole

9,1
850
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Nido del Picchio


Carpaneto piacentino, 20-30€
13/02/2021: Esperienza fantastica. Tutto da 10 e lode
06/02/2021: Dopo mesi di chiusura, finalmente ci siamo concessi un pranzo con la P maiuscola, il pranzo di Natale in ritardo che non siamo riusciti a fare. Da esperienza di mio figlio , abbiamo prenotato, curiosi di assaggiare una cucina prelibata. Tutto è stato ottimo. Accoglienza all'arrivo che per soddisfare tutti i protocolli, prevede di suonare il campanello ,dove una gentile cameriera ti accompagna al tavolo. Distanziamento eccellente, e questo già ti rassicura, ambiente pulito, confortevole, silenzioso, con musica di sottofondo.Abbiamo scelto il menù sorpresa a quattro portate scelto direttamente dallo chef. Ad ogni portata venivano spiegati i vari piatti e cambiate le posate. Camerieri gentilissimi e velocissimi, in nemmeno due ore abbiamo mangiato. Un bel calice di champagne e via, tra un piatto di benvenuto e una tagliata di wagyu, abbiamo assaporato dei gusti e dei sapori come non mai, rimanendo stupiti nel vedere tanta precisione nell'impiattamento.Gusti delicati ma nello stesso tempo un insieme di sapori che ti allietano il palato.Che dire, ogni tanto vale la pena di spendere qualcosa in più ma anche avere un servizio e un menù d'eccellenza. È sicuramente un'esperienza da riprovare e che consiglio a tutti. Mi spiace non aver visto, salutato e fatto i complimenti allo chef. Pazienza, sarà per la prossima volta.

9,1
576
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Abocar


Rimini
25/02/2021: Ottimo, con pietanze davvero particolari
19/02/2021: Ristorante bellissimo...durato nei minimi dettagli...caratteristico, delizioso, tranquillo e super accogliente. Si mangia divinamente

9,0
1612
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Antica Corte Pallavicina


Polesine parmense
25/02/2021: In occasione del week-end di San Valentino, mia moglie ed io abbiamo usufruito del pacchetto “San Valentino in Corte” per far visita all’Antica Corte Pallavicina ed al suo ristorante stellato.Complici le diminuite restrizioni anti-Covid del periodo, che comunque permettevano spostamenti all’interno della regione, ci siamo diretti a Polesine Parmense, là dove il solo Po rimane confine tra Emilia e Lombardia. La Corte mostra subito, al primo impatto, la sua natura di azienda agricola, ultimo stadio di una secolare trasformazione che, nata e mantenutasi sotto la dinastia dei marchesi Pallavicino fin verso la fine del ‘700, l’ha vista trasformarsi da fortificazione militare di confine (in epoca medioevale) a dimora residenziale (in epoca moderna), poi di nuovo in caserma (nel XVIII secolo) e, infine in azienda agricola (nel Novecento). Per essere poi acquisita dai fratelli Spigaroli, Massimo e Luciano, negli anni Novanta. Una natura, quindi, rustica e rurale che si presenta immediatamente all’arrivo, quando bestiame al pascolo e animali da cortile non si curano giustamente degli avventori e continuano placidamente le proprie attività quotidiane.Ambiente quindi apparentemente riservato ma che non impedisce al visitatore di orientarsi nel giro di qualche minuto e di raggiungere il cuore della corte, entrando nel quale già si vedono, sulla destra, le vetrate del ristorante, in cui al nostro arrivo era in corso il servizio del pranzo, e sulla sinistra l’hostaria del maiale e il museo del culatello e del masalèn. E, qua e là, maialini riprodotti in “sculture”, utilizzando materiale di recupero. Insomma, il preambolo contiene già tutto il succo del discorso. L’unica cosa che, invece, inaspettatamente non si vede subito è proprio l’ingresso del relais, che ci viene comunque indicato dall’attento personale accorso in nostro aiuto. E in effetti questo ingresso è proprio una porticina, con antico chiavistello da aprire “antiquo more”, senza tanti complimenti, come ci piace immaginare accadesse fin dai secoli del basso medioevo.L’entrare nella sala adibita a reception è foriero di emozioni e sensazioni ataviche. Un fuoco scoppiettante in un monumentale camino ci accoglie. Di fronte ad esso una scultura in legno di ciliegio, con un Verdi seduto al pianoforte. E, come è giusto che sia, l’atmosfera è già quella che deve essere: decorazioni sulla cappa del caminetto, pavimenti in rustico cotto antico, un leggero aroma di fumo, la cortesia e la gentilezza di chi ci riceve e accoglie, come fossimo “clerici vagantes”, studenti volenterosi di apprendere quanto più possibile, praticando e sperimentando enogastronomicamente il mondo, sul punto di scrivere, pur se italianissimi e per niente teutonici, l’ennesimo “carmen” di quei “Carmina”, poi definiti “Burana”, gran parte dei quali, comunque, in latino. E quindi ci siamo. Diamo a Cesare quel che è di Cesare. Siamo pronti a rivivere quelle atmosfere suggestive.Il castello è un susseguirsi di scale, sale, porte, catenacci e chiavistelli, terrazze, balconate, corridoi, camini e, finalmente, camere, che val la pena visitare, anche solo bighellonando al suo interno, per l’atmosfera che ne deriva, per l’odore dei salumi in stagionatura che a tratti sale dalle cantine, lungo le scale, quasi un richiamo del magico pifferaio o il suono dell’incantatore, per tutto quell’apri e chiudi e quel sali e scendi che danno a tratti la sensazione di perdersi in un’architettura di Escher. O nell’incarnazione di biblioteca che Eco pone nella sua abazia, esplicitamente ispirata ai giochi matematici della biblioteca di Borges. Un susseguirsi di rimbombi e di porte che si aprono e chiudono, di umide atmosfere salenti dalle cantine o di caldi e accoglienti abbracci derivanti dai fuochi accesi negli innumerevoli camini.In camera ci accolgono preziosi cioccolatini artigianali ed una bottiglia di Strologo Brut, dalle invitanti bollicine, giusto una piccola sosta prima della visita alle cantine, dove vediamo passare il loro tempo miriadi di culatelli, gestiti dalla manualità artigianale e, perché no, aiutati anche dalla sorte, soprattutto atmosferica; alcuni anche già prenotati, con tanto di cartellino a dichiararne la futura destinazione, casa reale o meno, fin da ora. Accanto a loro forme di parmigiano-reggiano con stagionature record: fin dal 2005, per dire. Latte, maiali, nebbia, umidità, tempo e pazienza partoriscono questi capolavori.La rimanente parte del pomeriggio trascorre all’aperto, passeggiando nella campagna circostante la corte, lambendo i terreni pascolo, regno e territorio del bestiame allevato, immersi nella fertile umidità del vicino “Padus”. Un divertente modo per cercare di consumare qualche caloria e creare quel vuoto che sarebbe poi stato colmato dal momento clou della nostra visita: la cena stellata.Ed eccoci, finalmente. All’ingresso nella sala del ristorante, vista il pomeriggio dall’esterno, nella nostra passeggiata, con le ampie vetrate, ora spalancate sul buio illuminato dalle luci di cortesia nel cortile interno, siamo accolti dal personale, che ci aiuta nella sistemazione al tavolo e nel disbrigo della comanda, dallo sfavillio di luci dei tanti candelabri e candelieri, nonché dai ciocchi ardenti nell’ennesimo e ampio camino, vicino al quale il nostro tavolo ci aspetta. Siamo non solo “in” Corte, ma proprio “a” Corte di sua maestà il Culatello, nel mezzo della sala, al centro del grande tavolo di servizio, troneggiante su di un piedistallo di legno, circondato dai nove bracci di due grandi candelabri. Una corte antica, veramente, a cavallo tra l’evo medio e l’età moderna, sfondo, ispirazione e teatro di poesie, giochi, canti e motti satirici, morali, amorosi, gaudiosi, gaudenti e giocosi, “Carmina Burana” che ben si attagliano a tal simposio. Il benvenuto ci viene dato da un bocconcino di Parmigiano-Reggiano con spuma di mortadella, granella di pistacchio, su un crumble al cacao. Già cromaticamente è un gioiello: i toni pastello, il marrone del cacao, l’ocra del parmigiano, il rosa della mortadella e il verde del pistacchio. Ma al gusto i toni delicati si trasformano in una marea di sapori, meravigliosamente contenuti in questa piccola ma portentosa composizione. È una dichiarazione d’intenti: “Dulcissime, totam tibi subdo me”, uno dei “Carmina”, recita la completa sottomissione al nostro gusto.Immediatamente dopo, quasi a confermare l’elevato tasso “animale” della cena, arrivano burro e lardo con rosmarino, accompagnati da pane e due tipi grissini, all’olio e alla zucca.La preparazione del culatello richiede animali ben allevati, carni ben lavorate dal norcino, perizia artigianale durante la stagionatura e il non trascurabile contributo dell’ambiente e del tempo, sia cronologico che meteorologico. Aiutati che Dio t’aiuta: Dio, la sorte, il destino, la Provvidenza, la “Fortuna”, insomma. E i bardi buranenses lo sapevano, lo scrivevano e lo declamavano, cantando alla “Fortuna”, la cui ruota “gira” (Fortunae rota volvitur), variabile come la luna nel succedersi delle sue fasi (“O Fortuna, velut luna statu variabilis”). Ma quando, però, tutto va per il verso giusto, e fortunatamente è quasi sempre così, quel che ne esce è una sapida delizia, leggermente marezzata, dal profumo stagionato, tagliata in sottili fette da divorare, una per boccone: il “Culatello oro degli Spigaroli”. Presentato semplicemente in purezza, in un piatto trasparente, quasi volesse pure la stoviglia ritrarsi e lasciare il ruolo di protagonista assoluto al salume-re. Accompagnato dallo Strologo Brut i cui aromi richiamano i sentori della stagionatura e le cui bollicine aiutano a sgrassare le fauci; un infallibile abbinamento dato dal territorio.Nella successiva portata, un uovo a guscio bianco poché rivela, penetrato dalla posata, un solare tuorlo colante sulla crema di patate dolci. Un sole che tempera e riscalda la croccantezza delle chips di patate viola, accompagnato dai sentori autunnali del nero pregiato di golena. Nonostante sia inverno e non primavera, “Omnia sol temperat, purus et subtilis”, caro anonimo cantore medioevale, un sole puro e leggero che riscalda ogni cosa presente nel piatto!Anche il percorso di vini in abbinamento prosegue. Dopo lo Strologo Brut, ci accompagna un fantastico Bianco Po, dai profumi speziati, con sentori di rosmarino e origano, ma soprattutto un secondo tempo agrumato, fantasticamente agrumato, in special modo un pompelmo che possente si impone alle nostre nari. Con questi vini bevono tutti, “bibunt omnes sine meta, quamvis bibant mente leta”, “bibit ista, bibit ille, bibunt centum, bibunt mille”. Pure gli astemi, per dire… D’altra parte, “qui potare non potestis”, chi non può bere, antica raccomandazione, lasci subito la festa! Anche questo, come tutti quelli della cena, è un vino del territorio, di produzione locale.I ravioli di bue bianco con gamberi e broccoletti, ci aspettano al varco con il confortevole involucro di pasta, “gemma pretiosa”, “Venus generosa”, accompagnati dai gamberi e dalle foglie del broccoletto. Gusti tutto sommato familiari, una pausa rilassante quasi, prima di proseguire.Ma prima urge un cambio di vino. Si passa dal bianco ad un rosso fermo e forte, più adatto alla pietanza successiva: il Carlo Verdi, che deriva il proprio nome dal padre del più noto Giuseppe.Ed eccolo. “Olim pulcher exstiteram”, sembrerebbe dire, come nel carme 130, “una volta ero bello”; “mallem nudo semper sub aere”, “preferirei stare per sempre all’aria aperta”, ma “nunc in scutella iaceo et volitare nequeo”, “mi trovo ora in un piatto e non posso più volare”. Recita così il cappone, per quanto in realtà non abbia mai saputo volare, intramezzato di foie gras, nero di golena e castagne, accompagnato da cipolline glassate e champignon, che si è fatto cibo per la nostra mensa. Ed onore gli viene reso in questa sua celebrazione gastronomica sontuosa, luculliana, ricca di sapori concordanti (le castagne) e contrastanti (il fegato). La dolcezza agra delle cipolline e la carnosità dei funghi accompagnano, con la nota sulfurea dei broccoletti, la carne, dolcemente sollecitata, appunto, dalle castagne e leggermente contrastata dal fegato. Un vero piatto da corte, da evo antico, da gustare davanti al crepitio del fuoco, accompagnato dalla nota alcolica del rosso.È arrivato così il momento dei dolci, per accompagnare i quali entra in scena un passito, “I Tre Preti”, il cui nome è ispirato, nemmeno a dirlo, alle storie di Don Camillo e Peppone, inventate dal localissimo Guareschi.Dapprima il pre-dessert: il sorbetto agli agrumi e mandorle tostate. Dalle vivaci e aspre note agrumate, leggermente smorzate dalle mandorle, in un equilibrio delicato, quasi da non toccare per non turbarlo, come la tenera “puella”, fanciulla, cantata con delicatezza, la cui “rufa [rossa] tunica” subito fruscia, “tunica crepuit”, appena a sfiorarla, “si quis eam tetigit”. Per questo l’intermezzo è breve, e velocemente si passa al dessert vero e proprio, non senza aver prima incontrato lo chef Spigaroli che si intrattiene con noi e si presta simpaticamente ad una foto ricordo. Intanto il dolce si materializza in un cuoricino di cioccolato con lamponi e gelato pralinato alle nocciole. “Gloriantur et letantur in melle dulcedinis”, i nostri sensi esultano e provano una dolcezza pari al miele, giocando con le asperità del frutto di bosco, la robustezza del cioccolato e la gradevole delicatezza del gelato.Infine, l’addio con la piccola pasticceria, marshmellow, macaron al cacao, mini-frollini con cioccolato bianco e lampone, assaporati nell’ordine, in accompagnamento al caffè, ovviamente non zuccherato, mentre lo sguardo meravigliato si bea dei candidi fiocchi che proprio ora iniziano a cadere oltre le vetrate, imbiancando lievi la corte. Un finale degno dell’antica fiaba d’amore appena vissuta. D’altra parte, in una corte antica, in un’atmosfera da amor cortese, in una notte fredda, mentre fuori nevica, riscaldati dal fuoco del camino, come non si potrebbe vivere felici e contenti? Già ce lo ricordavano i Carmina: “Si puer cum puellula moraretur in cellula, felix coniunctio amore succrescente, pari remedio propulso procul tedio!”.E non traduco, perché è facile capire dove si vada a parare…
18/02/2021: Mangiato bene ...ottimi i salumi e anche il resto ...buon servizio ..cortesia e simpatia ...da ritornarci

9,0
2658
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Amerigo dal 1934


Savigno, 30-45€
23/02/2021: Ristorante che rispetta la tradizione in tutto e per tutto, anche nelle quantità! Non è il solito stellato un po’ troppo pretenzioso, anzi! Il menu è molto tradizionale, con qualche rivisitazione. C’è la possibilità di scegliere alla carta o un menu degustazione. Consiglio il risotto con il sedano rapa in tre consistenze e la guancia di vitello brasata... davvero notevole! Il daino è buono, ma è stato superato dalla guancia di vitello. Il cubo di cioccolato è buonissimo!
23/02/2021: cena con pernottamento nella locanda...tutto favoloso...sembra di essere in un altra era..dall arredamento mantenuto volutamente antico ma curato e ricercato in questa locanda con stanze ampie calde confortevoli e provviste di ogni comfort!!! cena in trattoria con piatti ottimi materie prime fresche ben lavorate valorizzate e impiattate....abbinamento vini di grande effetto e tutto rigorosamente del territorio e a km 0. nn tralascio la colazione.. tutto freschissimo fatto al momento dal pane alle torte allo yogurt del vicino caseificio come il burro ....frutta fresca... marmellata fatta in casa e succo di frutta biologica... la frutta c'era davvero....e lo trovo un plus degno di nota visto quello che si beve di solito negli hotel!!!! davvero davvero bravi grande professionalita' conoscenza del prodotto e del territorio gentilezza e disponibilita'. nn e' stata una cena con pernottamento....ma un esperienza !!!! consiglio a tutti almeno una volte di provare questo binomio in un paesino delizioso e rinomato per il tartufo.

9,0
612
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Ca' Matilde


Quattro castella
26/02/2021: Nelle matildiche terre di Canossa, in mezzo alla campagna delle prime colline del reggiano, prodromi della catena appenninica tra Emilia e Toscana, tra aziende agricole ed allevamenti, sta una vecchia casa colonica, recuperata, ristrutturata e trasformata in locanda e soprattutto ristorante. Stellato.Io e la mia gentile consorte abbiamo passato una notte come ospiti della Locanda e ovviamente ne abbiamo approfittato per poter godere dell’ospitalità e, in serata, anche della cucina dello Chef Vezzani. Non senza aver comunque esplorato ed esperito, durante il pomeriggio, la pace dei campi circostanti, quasi un raccoglimento in meditazione per preparare corpo e spirito alla cena, pronti a farci sorprendere.Ed in effetti di sorpresa, pur se programmata, si trattava. Avevamo infatti optato, in sede di prenotazione, per il menù degustazione “Cielo”, definito sul sito del ristorante come il punto più alto dell’esperienza culinaria, come un’esperienza armonica di gusto e sapore, ma non ulteriormente specificato. Carta bianca e completa fiducia, insomma. Siamo sempre stati convinti che il miglior modo per apprezzare l’opera di uno chef e l’accoglienza di un locale, almeno in prima battuta, sia quello di affidarci completamente a loro, facendoci stupire e coccolare, assecondando quanto programmato, certamente frutto di perizia e calibratura, per poter apprezzare appieno l’esperienza. Sia per il cibo, sia per i vini, sia per il locale, sia per l’accoglienza, sia per l’ospitalità. Insomma, qual miglior presentazione scegliere se non quella che lo chef in prima persona e la sua brigata pensano con lo scopo di mettere in vetrina nel modo migliore il meglio di loro stessi? E noi certamente ne abbiamo approfittato. Anzi è una regola cui cerchiamo di aderire ad ogni prima visita ad un nuovo, per noi, locale.Accolti dalle premure del personale, la sala si presenta con un misto di minimalismo e razionalità. Solo alcuni punti luce ben posizionati a evidenziare angoli, momenti, piccoli preziosismi decorativi, contribuiscono a definire l’atmosfera tranquilla e quasi sacrale del luogo. Sembra la luce della ragione con cui un’ispirazione razionalista ha tratteggiato e disegnato l’arredamento, i tavoli e l’essenziale mise en place. Su ogni tavolo una nota scarlatta data da un unico tulipano, il verde gambo inserito in una bianca sfera, i bicchieri, i tovaglioli, i piattini per il pane, l’appoggio per le posate e una lampada per una fonte di luce localizzata. Tutto direttamente sul tavolo. È, appunto, la luce della ragione che scava nell’oscurità e riduce ai minimi termini l’occorrente accessorio, favorendo così la concentrazione e l’attenzione sul cibo. Un approccio razionale, quindi, apparentemente contraddittorio con il fine ultimo del nostro essere lì: dopo tutto cerchiamo un’esperienza prettamente sensoriale, tutta sensazioni, tutta godimento, “tutta pancia” verrebbe da dire, di fronte alla quale la ragione non può che inchinarsi. Un percorso che parte, sì, dalla mente ma che arriverà ben presto al predominio del gusto e dei sensi, continuando, come bordone di sottofondo, a maggiormente accentuare la loro esperienza.E in questa atmosfera essenziale ogni singola portata ci si presenterà prepotentemente, vividamente delineata nella sua composizione visiva, gustativa e olfattiva, da pennellate di colore sorgenti da candide stoviglie dalle forme artistiche, da richiami metaforici e da prepotenti concentrazioni di gusto. Ogni portata sarà nettamente definita in tutti i suoi minimi dettagli e sfumature, in un turbinio di sistematici riferimenti incrociati a formare, nel corso della serata, un complesso organico e uniforme. Ogni singola parte avrà un suo ruolo insostituibile ed essenziale nell’ottenimento di una globale perfezione. Ogni piatto, con un profilo visivo, olfattivo, gustativo e di consistenze liricamente suggestivo, trasmuterà una sensazione in lirica emozione, in profondo vissuto personale. Assisteremo così ad un susseguirsi di immagini ed impressioni, di proposte e denotazioni, di rimandi e connotazioni, come in una teoria di godibili miniature, quasi fosse un’esposizione di quadretti fiamminghi, minuziosamente curati sin nei più piccoli e minuscoli dettagli, che offrono stupore e suscitano ammirazione ad ogni analisi e approccio. Leggeremo quindi assieme il Canzoniere che lo Chef ha imbastito per noi, sulla scorta di quello di Petrarca. Citeremo proprio il poeta aretino, prendendone a prestito, racchiuse tra virgolette, parole, versi, emozioni ed espressioni in un sorprendente quanto insolito parallelo gastro-letterario, rivelatore di inaspettate similitudini nella capacità evocativa e nell’ispirazione poetica, di lettere in un caso e di cucina nell’altro. Sopperiremo così all’ineffabilità di chi offre all’immaginazione, con poche pennellate, istantanee adamantine e cristallini squarci di un paesaggio e di una natura, coltivata, curata, approntata e cucinata, protagonista, assieme a noi, dell’articolato procedere dalla Ragione e dai piaceri terreni verso lo stato di grazia.Ma ci arriveremo; alla fine arriveremo allo stato di grazia. Ci vuol solo un po’ di pazienza e di preparazione.La parabola gustativa attraverserà due divertissement, uno iniziale e uno finale, quattro antipasti, un primo, un secondo, formaggi, pre-dessert e dessert; undici portate sospese tra terra e mare, inframezzate dalle note casearie dei formaggi, in un fantastico vagabondare “a passi tardi e lenti”, volutamente, dovutamente e opportunamente tardi e lenti, come quelli del nostro poeta, per “fare in terra un paradiso”, sotto il terso cielo che, di nuovo, offre il proprio, azzeccato nome all’intera successione. Il prologo è costituito da otto amuse-bouche, “rime sparse” in cerchi concentrici, che ben contribuiscono ad aprire stomaco e spirito. Sono vere detonazioni di gusto, in cui finocchietto, zenzero, basi-crumble, mini-tacos, gelatine fanno a gara nel non farsi dimenticare troppo presto, in un gioco di sinusoidali rimandi, richiami e controcanti, come fossero “sospiri” con cui “nutrire il cuore”. E non solo.A seguire, in una magnifica foglia di bianca porcellana, le mezze maniche di tosone e ricotta, con crema di patate, cipolline e ragù. Un piatto basato su di un quasi-formaggio, il tosone, spiccatamente ed emilianamente locale, la cui conoscenza è riservata a pochi fortunati, e ingiustamente penalizzato da alcune norme nel processo di produzione del Parmigiano-Reggiano che ne limitano la diffusione. Il suo delicatissimo sapore, al limite dell’impercettibile, accarezzato dalla ricotta e dalle patate, ma nettamente fronteggiato da un più vivace ragù, si offre timido al palato, sorretto dall’agro delle cipolline. In tutto e per tutto, a partire dagli aviti ricordi della nostra infanzia, come un “vecchierel canuto e bianco” che offra se stesso, in un estremo regalo, boccone dopo boccone, al nostro reminiscente palato.Seppie, verza e carote ci attendono ora, dirigendoci quindi decisi verso il mare. L’acidulo dei “capei d’oro a l’aura sparsi” della julienne di verza, racchiusi tra la seppia e il fondo cremoso, forma con i sapori dolci sottostanti un connubio agro-dolce molto piacevole ed equilibrato, mentre la croccantezza di alcune chips ci serve per ravvivare la morbidezza della seppia. Il percorso inizia ora ad espandersi, con la seppia, ma soprattutto con le chips, anche nella terza dimensione, conferendo maggior levità visiva al tutto, quasi un tendere al cielo, con delicati toni ocra e arancio.Sempre di mare anche l’antipasto successivo, alici, broccoli e chips di tapioca, in cui pennellate magenta si stagliano sul verde dei broccoli conferendo ulteriore slancio alla tapioca che sovrasta la composizione. È forse una delle portate più suggestive della serata, le cui petrarchesche “chiare, fresche e dolci” tonalità di contorno ben evidenziano l’ocra brunito della leggera panatura delle alici, adagiate sui broccoli. In aggiunta al ruolo cromatico, la panatura ammorbidisce il sapore ittico dell’alice, su cui “le belle membra pose” la croccante tridimensionalità della chips, prodromo al quarto antipasto.E la serie si chiude in un crescendo di gusti, con quaglia e cavolfiore. Si riprendono le cromaticità ocra-aranciate già viste in precedenza, in una composizione che vira decisamente verso i toni più caldi e i sapori più decisi. Si passa quindi alla terra, con le familiari dolcezze del cavolfiore e le gustose punte di sapidità date dai capperi. E a finire il tutto “da’ be’ rami scendea (dolce ne la memoria) una pioggia” di chips croccanti, a ben sviluppare in verticale, di nuovo e per la terza volta, veramente un tema costante in questa fase, la pietanza. Ora siamo pronti per le portate centrali, dove ci attendono ulteriori preziosi sonetti gastronomici dello chef-poeta che ci ha viziato sino ad ora. I cappellacci di pecorino con crema di piselli, nocciole e rapa rossa ci vengono serviti raccolti al centro di una bianca porcellana artisticamente frantumata e ricostruita, in cui la simulazione dei singoli frammenti sembra fare il paio con i dorati scrigni di pasta dal gustoso ripieno caseario. Sotto e tra loro il pallido verde pastello della crema di piselli fa da sfondo ed esalta le gocce porpora della rapa. Infine, sopra “l’oro e le perle e i fior vermigli” una croccante spolverata di nocciole tritate aumenta la poesia della composizione. “Negli occhi ho pur le violette e il verde”, ma, avendo la cura di comporre ogni boccone con un cappellaccio, una goccia di rapa, la crema e le nocciole, un insieme molto equilibrato di piccantezza, terrosità, dolcezza, sapidità, croccantezza e pastosità si offre con generosità al nostro grato palato. Assieme al successivo, uno dei piatti del percorso in cui maggiormente si fondono classicità e innovazione.Anche la costina su crema di patate con cavoletti e radicchio tardivo, ci dà la possibilità di costruire bocconi composti in cui fondere i sentori amari del radicchio e dei cavoletti, assieme alla dolcezza delle patate e alla morbidezza gustosamente sugosa della carne. L’eccellente cottura della parte proteica ha conferito alla “fera bella e mansueta” una consistenza che non offre praticamente resistenza al morso. La composizione del piatto è più lineare, poco sviluppata in verticale, se non per la carne, e anche cromaticamente i colori si susseguono ordinatamente “in un boschetto” dalla foggia più classica: il viola del radicchio, il verde dei cavoletti, il bruno della carne, circondati dal pallido giallo della crema.Chiusa così anche la parte carnosa, una degustazione di formaggi, deliziosamente reinventata, ci offre perle di colore brunito che risaltano sullo sfondo nero dell’ardesia. Dapprima un wafer con Parmigiano e nocciola, che affianca alla pastosa sapidità del formaggio di casa il dolce sentore del frutto secco, in un abbinamento perfetto. Già così “volo sopra ‘l cielo”, ma “spero e ardo” per la successiva tappa, un bignè al gorgonzola in cui, inaspettatamente, non troviamo né la prepotenza, né la piccantezza che ci aspettavamo, ma una sorprendente delicatezza. E la saporita pralina finale al pecorino ci fa capire il perché di questo ordine, vista la sua maggior caratterizzazione. Il tre è il numero perfetto e questa successione stupefacente di bocconcini caseari prelibati lo conferma una volta in più.È il momento della parte dolce e conclusiva della cena. Il compito di traghettarci dai grassi agli zuccheri è affidato ad un cremoso alla mela con arachidi e semi di lino, nel ruolo di pre-dessert. E l’acidulo della mela, sia in specie di cremoso che in specie di croccanti cubetti, adempie perfettamente al suo compito di sgrassare e rinfrescare il palato, mitigando comunque la sua azione con le arachidi e la chips con i semi di lino. Questa freschissima ”aura gentil che rasserena i poggi” delle nostre fauci, sfuma i toni pastello del cremoso in quelli scuri dei semi di lino, ed è presentata in una ciotolina di servizio trasparente, necessaria a lasciar intraveder il prezioso contenuto e a riprendere la dimensione verticale iniziale, momentaneamente accantonata durate le portate centrali. Siamo ora pronti per il gran finale dolce. Un guscio sferico di cioccolato con ganache al cioccolato bianco e lamponi, un gelato al mascarpone e una meringa si susseguono, elevati al cielo, sul semplice piatto ovale, il cui candore esalta i colori caldi di tali delizie: il marrone del cioccolato, il rosso del lampone, i toni crema del mascarpone e il giallo del crumble. Ad essi si accompagna il bianco ghiaccio della meringa, in una successione che invita alla degustazione, efficace, perché provata, sia singola che multipla. Rompere il guscio della pallina di cioccolato è gioco divertente e mezzo di stupore, al disvelamento del composto di cioccolato bianco e lamponi contenuto in essa, per la cui degustazione “trovommi amor del tutto disarmato”, come accadde allo spasimante di Laura. Sì, lasciamo che questa meraviglia ci faccia innamorare di lei. Grassezza, dolcezza, freschezza, acidità ci fanno salire alle sfere celesti da cui, una volta di più, il menù prende il proprio nome. E il gelato rubicondo, assieme al lampone acidulo, suo prolungamento ideale, ci traghetta verso il gelato al mascarpone, nota grassa ma dalla rotondità ora indispensabile, per arrivare poi alla scoppiettante chiusura della candida meringa, sempre approfittando del sottofondo del crumble e della crema al cacao, atta a stabilizzare la sfera di cioccolato. “Qual meraviglia se di subito arsi?”. Niente di meno della domanda del Vate, che facciamo nostra, è adeguato ai celestiali e indimenticabili momenti di gioia degustativa offerti da questa meravigliosa composizione che “di sol vestita, coronata di stelle, al sommo Sole [piacque] sì, che ‘n [lei] Sua luce ascose”. A evocar suggestive emozioni, “amore mi spinge a dir di [lei] parole”. Nient’altro che questo. Lo stato di grazia. Come promesso. Nel finale dei Canzonieri, di allora e di oggi, di Petrarca e dello Chef Vezzani.La piccola pasticceria infine offre un richiamo alla medesima ispirazione degli assaggi iniziali. Piccoli capolavori di delizia, gelatine, frollini, dolci reinterpretazioni e scrigni di cioccolato, mini-sandwich alla crema sistemati in un piatto rettangolare in cui al movimento ceramico sinusoidale del divertissement iniziale si sostituisce la frammentazione simulata e ricomposta già vista nel piatto di pasta. Un voglioso percorso tra cremosità, acidità, pastosità, gelatine ricoperte di zucchero, toni agrumati, succosità, in rapporto di armonia e contrasto tra di loro, uno dopo l’altro, uno che tira l’altro, senza fine… Che altro dire se non che “più tempo bisogna a tanta lite”?A conclusione, il graditissimo incontro, che lo chef ci ha fatto l’onore di regalarci, ci ha permesso di esprimere anche a lui, dopo che già avevamo indirizzato i nostri compimenti alla sala, la nostra gratitudine per l’incredibile percorso. Qui egli ci ha raccontato del suo impegno nella sostenibilità, che si realizza anche attraverso la gestione e la cura dell’orto, ove sono coltivate molte delle materie prime utilizzate dalla cucina. È sicuramente un vanto della sua proposta, aumentando la qualità dell’offerta. Gli auguriamo quindi una seconda stella. Anzi due: sia rossa che verde. Perché no? Se le merita, a nostro parere.
24/02/2021: CAMPAGNA STELLATA È una tarda mattina di sabato. Con un clima quasi primaverile ci inoltriamo nella campagna reggiana percorrendo stretti sentieri di asfalto che corrono tra distese verdi perfettamente coltivate. Raggiungiamo una costruzione diroccata: sembra messa lì di proposito, con quell'aspetto che (immaginiamo) il tempo ha reso fatiscente, quasi a rappresentare un monumento storico alle fatiche di un agricoltura condotta con la forza delle braccia. Ci troviamo in quel luogo che i latini definivano "rūs", quella parte fuori città da cui poi deriverà il termine rurale. Un termine che oggi appartiene non più al passato ma al futuro, tra evoluzione antropologica e stili di vita che portano verso il recupero non tanto della vita contadina, quanto della nuova dimensione spazio-temporale dove lasciar scorrere la propria esistenza tra coltivazioni di ortaggi e sviluppo di business in smart (country) working. Un nuovo flusso vitale che scorre tra lentezza=》concentrazione=》equilibrio=》 efficienza =》 innovazione. Nel contesto di questa fertilissima campagna, che definisce la rinnovata dimensione rurale, Ca'Matilde risalta nella sua solidità di antico casale nel quale oggi vengono (re)interpretati ospitalità e percorsi gastronomici. Accolti ci accomodiamo in un tavolo rotondo molto ampio. Mise en place essenziale, ormai tipica di molti ristoranti stellati. Ampie vetrate proiettano lo sguardo verso la campagna, immersa in una luce diffusa che presenta riflessi smorzati tipici di un primo pomeriggio della primavera in arrivo. Abbiamo scelto anticipatamente, in fase di prenotazione, il percorso "acqua in bocca" in 6 momenti. Il pesce quale elemento base, presentato nella sua espressione di essenzialità che punta a valorizzare la materia prima, è sempre affiancato a un secondo elemento: l'orto, espressione culturale e produttiva di questa parte di territorio. Orto impreziosito poi da elementi più "esotici" quali zenzero o quinoa. Tutto senza forzature o alterazioni di sapore, puntando su una creatività che mette insieme in maniera equilibrata elementi semplici. Servizio veloce e non "invasivo", che lascia breve spazio alla descrizione dei piatti sempre presentati su "supporti" essenziali bianchi coerenti con il contenuto. Usciti il silenzio e un aria mite ci avvolgono: abbraccio mia moglie e scambiamo brevi impressioni di soddisfazione per l'esperienza trascorsa. Ed è questo il tempo in cui appare chiaro come la Campagna rappresenti sempre di più il punto di equilibrio, di rifugio, di fuga dagli impegni quotidiani nella quale vivere momenti importanti

9,0
218
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Tartapiada


Ravenna
22/02/2021: Ottimo locale veloci bravi e disponibili e buone piadine
22/01/2021: Ottima qualità, grande varietà, attenzione alle materie prime e soprattutto la gentilezza dei due giovani titolari, posto perfetto per una pausa pranzo/spuntino gustoso fra la città e il mare

9,0
622
Recensioni

Ristorante Salotto Parizzi&Picchi


Parma
07/02/2021: Un'esperienza superiore. Unico neo un servizio poco attento da parte di una delle due persone in sala.
20/01/2021: Visited here before COVID, wonderful food and experience.

9,0
320
Recensioni

Gelati Cortese


Riccione
27/02/2021: Ho ordinato un tris di semifreddi purtroppo deludenti,al pistacchio, al cannolo e al tiramisù. Quello al cannolo conteneva la fragola , consistenza strana, super zuccherata. il semifreddo al pistacchio e cioccolato bianco aveva anche la nocciola e consistenza ancora più strana, appena finiti i due semifreddi sia io che la mia compagna abbiamo avuto mal di stomacoUltimo semifreddo buttato senza neanche assaggiarlo. Mi sono sentito preso in giro, rispetto per il consumatore assente e cliente perso per voi
25/02/2021: Gelato, dessert e altro, di ottima qualità ,tutto fatto a mano come una volta

9,0
236
Recensioni

Clorofilla


Mercato saraceno
19/02/2021: Posto magnifico personale accogliente e affettuoso...vista stupenda immersi nella natura del barbotto...
13/02/2021: Posto delizioso, sapori unici per chi apprezza e riconosce la materia prima di prima qualità.piatti ottimi e abbondanti. Volevamo usufruire anche dell'agricampeggio ma la neve ci ha spaventato....ci toccherà tornare di nuovo!🤗🤩

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