26/02/2025: There is something paradoxical in crossing half the peninsula to find yourself, gastronomically speaking, exactly where you started (Milan). Let me explain. The restaurant in question, nestled among the rocks of Matera, offers an experience that I could define as technically flawless. The service moves with the precision of a ballet, anticipating every need with that non-invasive grace that is the true hallmark of professionalism. The venue is simply very beautiful.
And then comes the food.
To say. Caciocavallo – that cheese that tells of centuries of transhumance and dairy wisdom – appears transformed into a flan with an impeccable consistency. A preparation that could appear in any avant-garde bistro in Brera or Isola in Milan. Cruschi peppers – those crunchy wonders that represent the dry, vibrant soul of Basilicata – have been reduced to a kind of powder, a decorative accent that seems more interested in conquering Instagram than the palate.
Lucanian cuisine has a precise grammar and a robust syntax that does not require conceptual quotation marks or gastronomic parentheses. Yet here in every dish it seems that the original identity is something to be hidden under layers of technique and presentation. Why?
It's not that you eat badly, far from it. Eat well. Too good. With that aseptic perfection that could place you in any corner of contemporary gastronomic geography, but not necessarily in Matera.
Gourmet cuisine, with its obsession with revisiting, sometimes seems to forget that originality is not necessarily proportional to the distance one takes from the original. Sometimes, true audacity lies in respecting the essential and following tradition.
25/02/2025: C'è qualcosa di paradossale nell'attraversare mezza penisola per ritrovarsi, gastronomicamente parlando, esattamente dove si è partiti (Milano). Mi spiego. Il ristorante in questione, incastonato tra i sassi di Matera, offre un'esperienza che potrei definire tecnicamente ineccepibile. Il servizio si muove con la precisione di un balletto, anticipando ogni necessità con quella grazia non invasiva che è la vera cifra della professionalità. Il locale è semplicemente molto bello.
E poi arriva il cibo.
Per dire. Il caciocavallo – quel formaggio che racconta secoli di transumanza e saggezza casearia – compare trasformato in un flan dalla consistenza impeccabile. Una preparazione che potrebbe figurare in qualsiasi bistrot all'avanguardia di Brera o Isola a Milano. I peperoni cruschi – quelle meraviglie croccanti che rappresentano l'anima secca e vibrante della Basilicata – sono stati ridotti a una specie di polvere, un accento decorativo che sembra più interessato a conquistare Instagram che il palato.
La cucina lucana possiede una grammatica precisa e una sintassi robusta che non necessita di virgolette concettuali o di parentesi gastronomiche. Eppure qui in ogni piatto sembra che l’identità originaria sia qualcosa da nascondere sotto strati di tecnica e presentazione. Perché?
Non è che mangi male, tutt'altro. Mangi bene. Troppo bene. Con quella perfezione asettica che potrebbe collocarti in qualsiasi angolo della geografia gastronomica contemporanea, ma non necessariamente a Matera.
La cucina gourmet, con la sua ossessione per la rivisitazione, sembra talvolta dimenticare che l'originalità non è necessariamente proporzionale alla distanza che si prende dall'originale. A volte, la vera audacia sta nel rispetto dell'essenziale e nel seguire la tradizione.